GLI ALDOBRANDESCHI, CONTI PALATINI SULLA PENNA DI DANTE (?1265-1321)

GLI ALDOBRANDESCHI, CONTI PALATINI SULLA PENNA DI DANTE (?1265-1321)

Non potevo non omaggiare il sommo poeta toscano Dante, nell’anno, il 2021, a lui dedicato!

Da qui in avanti il 25 Marzo sarà ufficialmente il Dantedì perché molti studiosi ritengono che in questo giorno iniziò la discesa negli Inferi, prima tappa del suo viaggio letterario di redenzione nell’aldilà.

Dante fu un uomo di estrema intelligenza, acuto, impegnato attivamente nella vita politica della sua Firenze, impegno che gli costerà l’esilio. Scrive la Divina Commedia mentre vagabonda per l’Italia, ospite nelle corti di magnanimi signori che traggono lustro dalla sua presenza. Non potrà fare rientro nell’amata Firenze e morirà a Ravenna nel 1321, 700 anni fa.

 

Nella Commedia Dante seppe illustrare i momenti e i personaggi più importanti della sua epoca, in questo affresco di storia medioevale figurano anche rappresentanti della famiglia Aldobrandeschi oltre a episodi in cui, bene o male, anche loro sono coinvolti.

In queste poche righe sono compressi fatti storici famosi, ma il cui elenco sicuramente farà girare la testa. Non vi preoccupate, sono qui solo per far capire come all’epoca di Dante, le campagne maremmane, fossero parte del centro e non la periferia.

La capitale della grande contea aldobrandesca, una delle più vaste d’Italia nel suo momento d’oro, è stata la piccola ma illustre Sovana. In questo caratteristico paesino della bassa Toscana, gli Aldobrandeschi spostarono la sede principale dei loro affari nel X secolo quando Roselle, la primitiva capitale, fu distrutta dai saraceni.

 

Avvicinandosi all’età di Dante, nel 1216, troviamo la prima grande divisione della contea aldobrandesca tra i quattro figli di Ildebrandino VIII. A Guglielmo Aldobrandeschi, il “Gran Tosco”, aspetta la riva sinistra del fiume Fiora con i castelli di Sovana, Pitigliano, Sorano, Vitozza, Castro fino ai confini con lo Stato della Chiesa.

Uno dei suoi figli, Umberto, compare nel canto XI del Purgatorio:

“Io fui latino e nato d’un gran Tosco: Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se ‘l nome suo già mai fu vosco (noto). L'antico sangue e l'opere leggiadre d'i miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre, ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante, ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, e sallo in Campagnatico ogne fante. Io sono Omberto…”

Purgatorio, canto XI, vv49-72

Siamo nel girone dove si puniscono i superbi, costretti per redimersi a portare una grande pietra sulle spalle. Questo fardello non permette all’anima di guardare in faccia Dante e Virgilio, ma comunque, si presenta: si tratta di Umberto, ucciso in duello nella piazza di Campagnatico perché portò avanti con spregiudicatezza la politica di ostilità contro Siena, iniziata dal padre.

 

 

Gustave Doré, i superbi (immagine presa da Wikipedia)

 

Se il ramo di Sovana era estremamente guelfo (difensori del partito del papa), l’altro ramo di Santa Fiora era ghibellino (fedeli all’imperatore) e patteggiava per Siena nella guerra contro Firenze.

Ed ecco che nella cruciale battaglia di Montaperti del settembre 1260, troviamo schierati da una parte, quella fiorentina, Ildebrandino il Rosso (altro figlio del Gran Tosco) e dall’altra Ildebrandino da Santa Fiora come capitano della cavalleria senese.

Firenze ne uscì sconfitta per via di infiltrati ghibellini tra le schiere guelfe, che intervennero dall’interno. Dante, ancora ferito dall’episodio, riporta così la sanguinosa battaglia:

“Lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso, tal orazion fa far nel nostro tempio”

(Dialogo con Farinata degli Uberti)

Canto X dell’Inferno, vv 85-88

 

La ghibellina Siena e l’imperatore sono adesso una minaccia concreta e questo spaventa i conti di Sovana, ma soprattutto il papa che protegge con fermezza il proprio Stato.

Chiamò quindi in aiuto il re di Francia Luigi IX “il santo”, che inviò il fratello Carlo d’Angiò in Italia. Carlo sarà incoronato dal papa re di Sicilia, ma lo sarà per un breve tempo, fino alla conquista dell’isola da parte degli Aragonesi.

Carlo d’Angiò sconfisse dapprima il legittimo erede al trono, Manfredi (figlio dell’imperatore Federico II di Svevia), che nella battaglia di Benevento troverà la morte (1266), e poi il nipote di Federico II, Corradino, barbaramente decapitato all’età di sedici anni.

Quest’ultima battaglia, di Tagliacozzo (1268), fu vinta grazie al consigliere di Carlo d’Angiò, Erardo di Valery, che suggerì la tattica dell’imboscata, appresa durante le crociate in oriente:

“là da Tagliacozzo, dove senz’arme vinse il vecchio Alardo”

Inferno, canto XVIII, vv 17-18

Molti e molto significativi i versi dedicati a Manfredi, messo da Dante tra le prime anime che incontra in Purgatorio, nonostante fosse accusato in vita dei peggiori peccati: dell’uccisione dei fratelli, di avere relazioni incestuose con la sorella oltre che di una sfrenata, e storicamente comprovata, lussuria.

Dante sceglie per Manfredi il Purgatorio e non l’Inferno per elevarlo a modello della infinita misericordia divina, che accoglie tutti coloro che si redimono:

“Io mi rivolsi ver’ lui e guardai il fiso: biondo era e bello e di gentile (nobile) aspetto, ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso(…) Poi sorridendo disse: Io sono Manfredi(…) Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che che si rivolge a lei.”

Purgatorio, canto III, vv 103-145

 

Il personaggio a cui invece Dante non perdona il passato peccaminoso è Guy (Guido) di Montfort, condottiero inglese che si ribellò con la famiglia al re d’Inghilterra Enrico III, suo zio.

Il fratello e il padre vennero uccisi e i loro corpi umiliati a punizione della ribellione, mentre Guido riuscì a scappare in Francia mettendosi a servizio di Carlo d’Angiò.

Durante la battaglia di Tagliacozzo si ritrovò fianco a fianco con Ildebrandino Aldobrandeschi “Il rosso”, conte di Sovana. Ildebrandino fu ammaliato dal valoroso combattente e decise di dargli in sposa la figlia, la bella Margherita Aldobrandeschi.

Purtroppo Guido non seppe tenere a bada la sua sete di vendetta e si macchiò di un crimine fatale, motivo per cui Dante lo colloca nel XII canto dell’Inferno, nel girone degli assassini, costretti in un fiume di sangue bollente (bulicame).

Siamo a Viterbo nel 1271, è in corso il primo conclave della storia che porterà all’elezione di Gregorio X dopo 1006 giorni di sede vacante. Conclave significa infatti (chiusi) com clave; i cardinali vennero chiusi a chiave nella sala del Palazzo dei Papi, venne scoperchiato il tetto e ridotte le porzioni di cibo per indurli con più insistenza a una decisione.

Enrico di Cornovaglia, nipote di Enrico III d’Inghilterra, era in preghiera nella chiesa di San Silvestro (in un momento di pausa dal corteo funebre che riportava in Francia i resti di Luigi IX, morto in crociata). Appena Guido seppe della presenza di Enrico a Viterbo, ne approfittò per fare giustizia.

“Poco più oltre il centauro s’affisse sovr’una gente che ‘nfino alla gola parea che di quel Bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra dall’un canto sola, dicendo: Colui fesse (trafisee) in grembo a Dio (in chiesa) lo cor che ‘n su Tamisi (Tamigi) ancor si cola”.

Inferno, canto XII, vv 115-120

 

Dopo questo delittuoso episodio iniziò la perenne fuga del Montfort, scomunicato dal papa, ma mai del tutto punito, e segnò inevitabilmente la vita di Margherita, passata alla storia per i suoi cinque matrimoni. Margherita provò in tutti i modi a salvare la contea dopo la morte del padre e la perdita del marito, ma l’unica soluzione sarà far sposare la figlia Anastasia, di soli otto anni, con Romano Orsini, segnando così il passaggio della contea di Sovana dagli Aldobrandeschi alla famiglia romana degli Orsini, nei primi anni del Trecento.

 

Parlando di Margherita…chiuderei citando il gossip più discusso di ieri e di oggi: la storia con Nello Pannocchieschi, che per sposare la bella Margherita, fece uccidere la moglie Pia de’ Tolomei.

Secondo la tradizione, un sicario raggiunse la Pia mentre questa dimorava nel Castello di Pietra presso Gavorrano e, sorpresa da dietro, la gettò dalla finestra. Ancora oggi, la prima settimana di Agosto, si svolge una rievocazione storica del triste evento, la quale culmina con la “Pia” che viene accompagnata nella torre più alta del paese.

Sembra che anche Dante abbia adottato questa versione, collocando la Pia nel canto V del Purgatorio, là dove sono le anime dei negligenti che perirono per morte violenta e solo sull’orlo della vita si pentirono dei propri peccati. Una parte della critica dantesca però, afferma che non si tratta di Pia dei Tolomei, nobile casata senese di mercanti e banchieri, ma di Pia Malavolti, andata in sposa non a Nello, ma a Tollo dei signori di Prata (vicino Massa Marittima). Comunque sia il mistero non è risolto e a noi ci resta il canto più bello ed enigmatico del Purgatorio, con cui chiudiamo questo viaggio nella storia della Maremma dantesca:

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo e riposato de la lunga via (…) ricorditi di me, che son la Pia; Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi (come ben sa) colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma”

Purgatorio, canto V, vv 130-136

 

 

Pia dei Tolomei dipinta da Dante Gabriel Rossetti, 1868 (foto presa da Wikipedia)